La cronaca, oramai, è nota. La Divisione Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo indice il concorso “Un video per raccontare il bello della vostra filiale” una iniziativa finalizzata a fare “team building: “Fate un lavoro di squadra, coinvolgete i vostri colleghi, mettete in moto le energie di tutti”- questo, a quanto pare, l’invito giunto dall’azienda (fonte  ilfattoquotidiano.it).

Comunque sia accaduto che i video, in particolare quello della filiale di Castiglione delle Stiviere, divenuto virale e tristemente noto, siano trapelati sul web, e comunque sia stato concepito e formulato questo progetto, se sia stato gestito dalla banca in maniera centralizzata o proposto da una società di servizi, rimane una certezza: facilitare il lavoro di un gruppo, ottenere coesione del team e allineamento delle persone alla strategia (anche comunicativa) dell’azienda, coinvolgere le persone oltre il task, la persone intere con le loro peculiarità e le loro emozioni, è un’attività che compete a professionisti, nella quale la naïveté risulta non solo controproducente ma soprattutto nociva per le persone stesse oltre che per l’azienda.

Il caso sul video “Io ci sto” sta impattando pesantemente sulla comunicazione istituzionale di Banca Intesa e ha già creato un grave danno di immagine e credibilità professionale ad alcune persone coinvolte, ma mi chiedo cosa sarebbe accaduto se il video non fosse divenuto virale sul web e questa maldestra iniziativa di comunicazione interna fosse giunta al suo termine naturale con la premiazione dei migliori quattro video nella convention ad uso e consumo della quale era destinata.

Ecco alcune ipotesi:

1) le persone che non hanno saputo – o potuto dire di no, si sarebbero comunque sentite ridicole, con grave danno per la propria autostima e per la percezione di credibilità professionale dei leader all’interno delle filiali

2) si sarebbero comunque create spaccature tra chi ha scelto di partecipare e chi ha rifiutato di partecipare, “alla faccia” del teambuilding

3) chi si è tirato indietro è diventato esemplare il caso del fantomatico Fabio, che magari era davvero a letto con l’influenza – si sarebbe sentito esposto a ineffabili “conseguenze”

4) tutte le persone coinvolte loro malgrado, avrebbero comunque maledetto l’attività di teambuilding subìta

5) la direzione committente, delusa quando non atterrita dai risultati, avrebbe cancellato per tutti gli anni a venire la voce di budget dedicata ad attività di sviluppo quali team building, facilitazione, ritiri di allineamento strategico

6) la confusione sui valori aziendali (o il disconoscimento degli stessi) da parte dei dipendenti sarebbe rimasto tale e quale a prima.

Una attività seria ed efficace di teambuilding o facilitazione di team implica che siano stati diagnosticati i reali bisogni delle persone nell’organizzazione o nei gruppi di lavoro e deve anzitutto essere presidiata con padronanza lungo l’intero processo dell’attività. Deve essere progettata in modo accurato. Solo a valle di questa attenta e scrupolosa fase di analisi si può essere ragionevolmente certi che siano stati pianificati i processi di gruppo più appropriati alle esigenze implicite ed esplicite di una organizzazione.

“Creare e mantenere la partecipazione”, “creare consapevolezza e apprendimento” (competenze IAF della facilitazione) anche e soprattutto circa i valori aziendali, sono attività delicate, che richiedono pensiero, una verifica continuativa e condivisa tra il committente e chi eroga il servizio, estrema chiarezza nella definizione preliminare dei risultati che si vogliono ottenere.

Lanciare un input a una intera popolazione aziendale senza presiedere il processo e lasciandolo pure alla libera adesione del singolo, lo sottrae a qualsivoglia linea guida progettuale.

Le metodologie impiegate a fini di teambuilding, teamcoaching e facilitazione organizzativa possono implicare attività ludiche, esperienziali, olistiche, ma perchè queste siano efficaci, rilevanti e aggiungano valore all’attività dei team, devono poter avvenire in un ambiente sicuro, in cui la confidenzialità sia garantita e l’espressione di sé incontri sempre e comunque rispetto.

Non ci si improvvisa teambuilder, teamcoach o facilitatori nemmeno dall’alto di uno scranno dirigenziale. Se si desiderano risultati professionali occorre richiedere l’intervento di chi a questa attività dedica studio, approfondimento, ricerca e continuo confronto e investire risorse congrue agli obiettivi desiderati.